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Di omologazione ed altri demoni

Scritto da - Pamela Sangiovanni il :


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Torneo_de_clasificación_WRWC_2014_-_Nazionale_di_rugby_a_15_dell'Italia_-_01“Parrucchiere, ore 9. La ragazza comincia a mettere il colore ed io, reduce da alcune catastrofi in fatto di capelli, le dico: “devo ricordarmi che quando trovo un taglio e un colore che mi soddisfano, non devo cambiare!”. Non passa neanche un minuto e il mio parrucchiere, di cui mi fido ciecamente, mi fa: “allora tagliamo?”. Lo so che voi direte “sono tutti così, non vogliono altro che sforbiciare!”, ma se Rosario dice che c’è bisogno di tagliare, bisogna prendere in seria considerazione la proposta. Mentre, combattuta tra il salto nel vuoto e la sicurezza del mio vecchio taglio un po’ appesantito, mi guardo allo specchio, irrompe nel locale una donna di 45-50 anni, bionda, con una bella chioma lunga e folta. Guardarla esaspera il mio dubbio amletico, ma ad un certo punto non posso fare a meno di sentire le istruzioni che dà al parrucchiere: “tra poco ti porto mia figlia. Mi raccomando: lei li vorrebbe tagliare proprio corti, ma io non voglio! Li ha fino alla vita, non farglieli più corti di così (indica la una lunghezza sotto le spalle). Lei li vorrebbe rasati, ma il padre si rifiuta, Già FA CALCIO, non esiste!”. E su questa ultima frase rabbrividisco.

Dopo poco torna con una bellissima ragazza di 15-16 anni almeno, alta più di me (si.. ci vuole poco, lo so), con una t-shirt tipo basket, jeans e scarpe di ginnastica.
Ora, io lo so che i ragazzi andrebbero guidati, che se penso a come mi conciavo al liceo rabbrividisco e magari avrei potuto evitare certe mise stravaganti.. ma è anche vero che a quell’età i ragazzi, alle prese con l’adolescenza, i primi amori, le prime delusioni, vedono i vestiti come un guscio in cui proteggersi, e inoltre cercano l’omologazione con i propri coetanei per senso di appartenenza.
La cosa, però, che mi ha infastidito di più, è stato vedere l’esempio lampante di aderenza a clichè preconfezionati che ci vengono imposti già da piccoli: “già fa calcio [sport per maschi], poi pure i capelli corti [da maschio]”.
La signora ha lasciato la ragazza nel negozio, e se non fossi stata sotto le sapienti sforbiciate di Rosario, sarei andata da lei e le avrei detto di fare come crede, di cercare al più presto di cercare di andare via di casa e da questa città così arretrata culturalmente e socialmente.
Una società dove un bambino che chieda una carrozzina giocattolo o una minicucina sia assolutamente da correggere, dove una ragazza che taglia i capelli o gioca a calcio (la nostra città ha anche una squadra di rugby femminile, onore ai genitori intelligenti che non si sono fatti scrupoli inutili!) si debba beccare epiteti orrendi come “masculone”. Il messaggio praticamente è questo: o ti omologhi, o sei strano.

Ora consentitemi di andare oltre ciò che ho visto e sentito, non sarà il caso della ragazza che ho visto stamattina, ma mi chiedo cosa possa provare un ragazzo o una ragazza omosessuale in una città come questa con preconcetti come questi: ti accorgi che i tuoi gusti, le tue inclinazioni i tuoi sentimenti sono di proposito presi di mira e condannati, e ti rendi conto che l’unico modo per essere accettati socialmente è nascondere la tua natura, a meno di andare via. Ora io non ho vissuto questa situazione in prima persona, non posso dire cosa avrei fatto perché sarebbe fin troppo facile, non so cosa si prova a sentirsi (ingiustamente) in colpa per come si è, certo non mi interesserebbe la stima di chi potrebbe giudicarmi male perché mi innamoro di persone dello stesso sesso.
Durante la crescita delle mie figlie mi sono più volte chiesta cosa farei se una delle due mi dicesse di essere omosessuale, ed ogni volta mi sono risposta allo stesso modo: VIA.
Andrei via da una città grande come numero di abitanti ma piccola di mentalità.
Via da un posto dove tutti sanno i cavoli di tutti e se vedono te, donna sposata con figli, al bar a prendere il caffè con un amico, dopo ti guardano storto e ti danno della baldracca.
Amo le persone tolleranti: quelle a cui piaci come sei e soprattutto non cercano di cambiarti. Passaggio fondamentale: “non cercano di cambiarti”. Oltre ad ascoltare i nostri figli, dovremmo cercare di non farci delle proiezioni mentali (chiamatele anche pippe mentali), e non cercare di farli aderire all’immagine che NOI ci siamo fatti di LORO.
Amare un figlio deve significare lasciarlo crescere esattamente come crede, pur essendo sempre disponibili e presenti.
Chi ti ama non vuole cambiarti.
E chest è.”