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Diario -a freddo- di un “emigrante ritornato” – Ep.2 Fuga di cervelli? Ma siam sicuri?

Scritto da - Giandomenico "Ludwig" Maglione il :


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cervelli in fuga

Vignetta di Natangelo

Uno degli argomenti da salotto più cari ad una certa sinistra italiana “benpensante” è indubbiamente l’annoso problema della “fuga di cervelli”. Questo straziarsi nel veder andare via alcuni dei nostri giovani “migliori”, via da un paese che non li capisce, che non gli dà possibilità, via da mamma e papà, via verso una carriera gloriosa lontana dalle nostre terre. E giù tutti a parlare di “emigrazione 2.0”, di questo non partire più dall’Italia con la valigia di cartone, ma con le formule matematiche sotto il braccio, con il portatile, con le idee smart, etc, etc…

Bene, al mio arrivo ad Heidelberg ho avuto modo di toccare con mano questo fenomeno. Parliamo di una città universitaria, stracolma di studenti sia tedeschi che di tantissime altre nazionalità: un crogiolo di cervelli in fuga insomma.

E io ero lì e vedevo questi cervelli sfrecciare sulle loro bici, bere caffè, spostarsi da un dipartimento all’altro, animare i locali del centro, tener giovane la città. Ho conosciuto molti cervelli: matematici, fisici, filosofi e storici principalmente e, finalmente, ho conosciuto anche un buon numero di cervelli italici: ero entrato finalmente in contatto con l’oggetto del desiderio della sinistra italiana!

Effettivamente è un po’ triste vedere un numero così alto di dottorati o dottorandi italiani costretti a far carriera fuori dal proprio paese e con poche, pochissime possibilità di rientro ed è triste soprattutto pensando al fatto che, viceversa, sono pochissimi i “cervelli stranieri” che riescono (o semplicemente vogliono) far carriera nel nostro paese.

Poi ho iniziato a guardarmi intorno, a guardare le periferie, il ristorante dove ho lavorato e da lì si è aperto un mondo, un mondo enorme fatto di emigrati italiani che all’università non pensa neppure, ma va via per guadagnare in modo regolare, va via per tirare avanti decentemente con le proprie famiglie. Parliamo di un esercito di lavoratori che si riversa a lavorare nei ristoranti, nelle fabbriche, nei cantieri. Numericamente il confronto con i cervelli è imbarazzante: le “braccia” italiane che emigrano sono enormemente di più.

A quel punto però, ti vien spontaneo il confronto ed effettivamente l’ho fatto.

Il cervello italico in fuga sostanzialmente va via per migliorarsi, per perfezionarsi nel proprio campo di ricerca, per lavorare con colleghi di ottimo spessore, per aver la possibilità di lavorare a progetti di grossa importanza che in Italia non sarebbero finanziati, se non in pochi fortunati casi.

Il cervello italico in fuga spesso avrebbe preferito non fuggire, ma, tutto sommato, si trova davanti ad una buona opportunità e ne è consapevole. Inoltre, in una società ormai “globale”, il nostro cervello in fuga fa da ponte con le altre culture, parla in inglese, impara un po’ di tedesco e ci rende fieri dimostrando al mondo che poi, alla fine, non siamo così provinciali.

La paga del cervello medio italico ai suoi primi anni in Germania parte dai 1200 euro netti (+ assicurazione sanitaria e bonus vari), per arrivare attorno ai 2800 nei casi più fortunati. Spesso c’è tanta nostalgia del proprio paese, spesso i rapporti all’università o all’azienda sono difficili, ma si è certi di seguire un percorso di crescita impossibile (o quasi) da attuare nella propria nazione ed è un percorso comune a cittadini degli stati più disparati: stati “ricchi” o “poveri” indistintamente.

Per le “braccia” la storia è diversa. E’ molto diversa. Si spostano per fare “qualcosa”, per bisogno, spesso per “fame”. Fanno lavori che potrebbero fare meglio in Italia, finendo quindi per non migliorarsi professionalmente, perché, a differenza dei “cervelli” non lavorano in ambienti di “eccellenza”: se un napoletano va in Germania a fare la pizza, stai certo che impara molto meno di un suo coetaneo che lo fa a Napoli. E si può dire lo stesso del pasticciere siciliano, del meccanico, del fabbro, del carpentiere. Certo, alcuni hanno la fortuna di lavorare con realtà importanti, piccole o grosse che siano, ma il numero di “braccia” che emigra è talmente grosso che la maggior parte dovrà accontentarsi di svolgere un lavoro che in Italia avrebbe potuto fare enormemente meglio, crescendo di più.

Poi c’è il legame con la terra. Il cervello spesso, come dicevamo prima, ha nostalgia, ma si integra, vive l’ambiente multietnico e ne è stimolato, fino, in molti casi, a sentirlo come il “suo” ambiente. Le braccia no. Le braccia italiane non sono stimolate, sono costrette a stare all’estero. In tanti si adattano e vivono molto bene, ma c’è un numero enorme, molto maggiore, che invece vive nella nostalgia perenne, nel ruolo dello straniero in terra straniera. E questa cosa, spesso, incattivisce.

Quindi, quale è il problema più grosso del nostro paese: il non garantire la permanenza, dopo averli formati, di parte dei nostri cervelli “costringendoli” a migliorarsi all’estero lavorando con delle “eccellenze”, oppure il perdere un numero enorme di braccia, di lavoratori che condanniamo ad andare controvoglia all’estero a fare lavori tradizionali italiani e a farlo peggio che in patria?

Per chi la sinistra italiana dovrebbe struggersi e lacrimare sulle proprie tastierine?

La verità è che la sinistra italiana (non solo lei) è stata ormai fagocitata dalla borghesia e dal perbenismo della peggior risma ed è per questo che certe cose non le vede proprio. Può parlare per ore dei poveri sudditi del tiranno di turno del paese africano o asiatico, sbavando per i diritti umani negati in quel posto che neppure conoscono, ma non ha il tempo di parlare del pizzaiolo, del lavapiatti e del cameriere italiano, perché son plebaglia, son destini non concepibili per i propri figli.

Roba da livelli inferiori.

Da piccoli stati africani del posto che neppure conoscono.