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Il “pacco” nazionale del Vesuvio

Scritto da - Ciro Teodonno il :


Attualità

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Abbiamo sempre pensato che un’area protetta, una riserva naturale, per essere tale dovesse essere un luogo di rispetto per la natura e non solo uno spazio fittizio da utilizzare all’occorrenza come spot per una giornata ecologica o come passerella per il politicante di turno.

Purtroppo qui da noi, quando si parla di Parco Nazionale, si parla solo di sviluppo o del solito volano per l’economia, quello che tutti menzionano ma che in molti non sanno manco cosa sia, parole magiche insomma e che riassumono la sterile concezione locale che si ha dell’area protetta in cui viviamo.

Certo è che un parco nazionale, e mai come quello del Vesuvio, deve tener conto del contesto antropico che lo assedia; soprattutto quando ne è parte integrante e magari innescare, là dove è possibile, anche quel circolo virtuoso che porti lavoro e quindi anche benefici economici oltre che ambientali ad un’area, di per se già depressa; ma non si può e non si deve dimenticare che stiamo parlando di una riserva naturale e, in buona parte, posta a difesa integrale di un delicato ecosistema; ed è appunto questa caratteristica sacrosanta che dovrebbe essere la chiave di volta di tutto, compreso quello di un reale processo economico e non di quel cosiddetto sviluppo che altro non è che favori agli amici dietro un sottile paravento di legalità e ambientalismo di facciata od ancora fondi a pioggia quando l’Unione Europea ne elargisce.

Sarebbe auspicabile quindi un processo che possa attrarre un turismo compatibile e consapevole e non il mordi e fuggi al quale da sempre assistiamo e che non lascia niente al territorio e che soprattutto rispetti i reali principi di un’area protetta. Sarebbe opportuno incentivare quelle associazioni che frequentano realmente il territorio, quelle che lo conoscono e lo frequentano e che possano farsi da tramite con quella parte più sconosciuta ma altrettanto importante che è il resto del Vesuviano e che è fatto di natura sì, ma anche di arte, cultura ed economia pulita. In tal modo si innescherebbe quel circolo virtuoso tale da permettere, con coerenza, rispetto al contesto naturale, una reale conoscenza di quanto di più prezioso possediamo e la sua condivisione, culturale ed economica col mondo.

E invece no! Invece stiamo ancora a zero, siamo ancora legati agli oligopoli, se non ai monopoli del turismo vesuviano. Sul Cratere (da Quota 1000 in su) esiste quello che potremmo definire il monopolio delle guide vulcanologiche; sul versante occidentale del Vulcano imperano i vettori, quelli che conducono i croceristi al Gran Cono; poi ci sono le navette che lucrano sugli automobilisti costretti e fermarsi a quota 800, grazie alle disposizioni del comune di Ercolano che guadagna sugli stalli per le auto e sul passaggio dei gran turismo, quelli che inquinano e ingombrano la carreggiata e tutto questo col beneplacito del PNV e con la scusante di un decongestionamento che non è mai esistito.

Sul versante meridionale c’è invece la BusVia del Vesuvio, servizio dato in appalto ad una ditta che connette il versante boschese con il Cratere; e anche qui, così come lungo la Strada Provinciale/Comunale, in barba ad una soltanto nominale riserva protetta, quotidianamente salgono gli inquinanti bus 4×4 con la loro nuvola di fumo e di favori.

Tutto il resto, esclusi i pochi fortunati che conservano strenuamente le loro roccaforti, tutto il resto dicevamo, sta a guardare! L’indotto, praticamente non esiste e se esiste langue poiché l’unicum che possediamo, il Vulcano più famoso, con annessi scavi archeologici e l’eterna Partenope, non bastano a far campare di rendita, così come sarebbe possibile, l’intera regione perché il tutto viene sfruttato da pochi e male.