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Il prezzo della rinuncia

Scritto da - Salvatore Arrichiello il :


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1409161367-soldiTrecento milioni, il costo di un referendum solo sognato, ma già segnato nei fatti e dai troppi misfatti.
Se fossi uno di quei tecnici che fanno statistica di ogni umana vicissitudine – spesso a cazzo di numero – ne calcolerei l’equivalente in famiglie mandate sul lastrico da Equitalia, con annessi suicidi: giusto per avere una stima tangibile della cifra pronunciata da troppi con la leggerezza di una frottola.
Perché il grande bluff servito a 15 milioni di italiani, un giochetto di indegna prestidigitazione del solito baro che ciurla nel manico, rappresenta un conto troppo salato da pagare; anche quando ci sono le apparenze da salvare, anche quando la democrazia è ridotta a triste simulacro della fandonia.
Vien di giocarci con le ceneri di quei denari andati in fumo malamente, come bambini nelle pozzanghere: e si forma il pensiero stupido, ti parte l’embolo della rabbia che poi diventa fantasia catatonica: le solite puerili elucubrazioni, o se preferite pippe mentali, di cosa ci avremmo potuto fare con quei soldi.

Io ci immagino (sgrammaticato e indolente):

Un fondo speciale per il prossimo annunciato disastro ambientale in Basilicata (ho amici lucani che si grattano le palle).
Ma anche lo sversamento nell’Adriatico se volgete lo sguardo ad est o forse il bacino idrico avvelenato, dalle nostre parti.
Portarsi avanti con l’urgenza fa molto governo del fare.
Il lettore più smaliziato concorderà sul fatto che l’emergenza si appalta bene e che la Protezione Civile fa buon PIL.
In una parola, un mondo più Bertolaso (come dire petaloso).

Pagare la camorra, che di questi tempi pure soffre la crisi, per sversare in maniera illecita i fanghi tossici, i refusi dell’attività estrattiva, gli scarti di raffineria, che pure si dovranno smaltire… E mica vogliamo far spendere tutti sti soldi alle compagnie, sempre così cordiali con i nostri ministri. Che poi il circolo è virtuoso e si crea pure un buon indotto per l’azienda della politica.

Una voce di spesa eccezionale in chemioterapici, che pure le statiche confermano: l’incidenza del cancro, un po’ per caso, forse per disfattismo, in certe aree è al di sopra della media. Fantastico che in un sol colpo si accontentino le compagnie petrolifere e le case farmaceutiche: in barba ai poteri forti…

Ammodernare i protocolli dell’INPS riconoscendo all’italiano menefreghista, o se preferite quello del “che cazzo me ne fotte a me” almeno un 95% di invalidità. Sufficiente per una piccola pensione: che certo non ti permette di vivere, ma per lo meno ricompensa una vita di costante, indefessa, irreprensibile strafottenza che tanto ti giova al sistema. Che poi, se ci avanza qualcosa, si potrebbero pagare gli studi in medicina al nostro ministro, visto mai che un giorno, qualcosa di sanità finalmente ne capisca.

Risarcire tutti i piccoli risparmiatori truffati da Banca Etruria: che il babbo è sempre il babbo, anche quando è un gran farabutto, ma sembra davvero brutto lasciare in mutande tanta povera gente mentre tu, la signora figlia, tutta fighetta nel tuo tailleur, giochi a fare la costituzionalista, manco fossero le parole crociate facilitate.
Che magari ci avanza pure il cachet per il buon Roberto, che ti torna in televisione a raccontare che la nostra costituzione è la più bella del mondo, ma peccato, quel mondo non c’è più, la necessità del cambiamento, questione di evoluzione o sopravvivenza (e magari di cachet) e infine ti spiega l’importanza del referendum, dello straordinario strumento di democrazia che esso rappresenta, dell’intelligenza dei padri costituenti (quelli dell’altro mondo).
C’è da convincere la gente, quelli col 95% di cui sopra, che bisogna votare alla consultazione di ottobre, che lì ne vale davvero la pena, perché è in gioco, manco a dirlo, il reale cambiamento.