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Immigrazione: chi viene e chi va

Scritto da - Giuseppe Mennella il :


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viaggiatoreAvevo tre buoni propositi per settembre: mettermi a dieta, andare a messa la domenica, e tornare a scrivere articoli.
Siccome al primo fine settimana utile i primi due sono andati in fumo (e in arrosto), voglio impegnarmi a realizzare almeno il terzo. E quindi, eccomi qui.
Prendendo spunto dai divertenti siparietti che mi racconta mia mamma nei weekend: “Ho visto la signora Antonietta, ha detto ‘Ma Giuseppe non lo vedo da tempo… sta lavorando fuori?’ – ‘No signò, sta qua, per fortuna… è solo che tiene sempre cche’ffà'”.
Ebbene, io sto qua. Lavoro a 25 km da casa per 10/11 ore al giorno, sono uno dei pochi della mia comitiva, soprattutto dei miei amici universitari, che la sera può rivedere la famiglia senza dover prendere l’aereo o il Frecciarossa. Non so se questo per il mio futuro sia davvero una fortuna, tutto sommato credo di si.
Giustamente, a voi della signora Antonietta fregherà poco e niente. Però metti che a un certo punto, d’estate, prima dei servizi su quando è opportuno prendere il sole e i consigli per gli anziani in città, a tenere banco nei tiggì siano gli sbarchi degli immigrati, di quelli fortunati che ci arrivano vivi e di quelli che si arenano morti sulle spiagge tra l’indignazione buonista di mezza Italia e le paroline ignoranti a mezza bocca dei vari “Aiutiamoli a casa loro / Io non sono razzista ma… / Il lavoro manca per noi figuriamoci per loro” e via discorrendo.
E niente, così a colpo d’occhio la cosa non ha senso… noi ce ne andiamo e loro vengono ? Si, è proprio così.
Solo che al telegiornale non mi è capitato di vedere nessun servizio sul rapporto dell’OCSE sulle migrazioni in Europa, che ufficializza quello che sospettavo da tempo: il saldo migratorio italiano è passivo.
E che significa? Parlando a pane e puparuoli, sono più i “cristiani” che se ne vanno, che quelli che vengono.
Tanto che a Londra, il Primo Ministro sta prendendo provvedimenti perché ci sono troppi italiani. Anche là, sotto la pettola della Regina Elisabetta, tra un tè e un pasticcino, la signora Brown e il signor Smith staranno cofecchiando di questi immigrati italiani che rubano il lavoro ai loro piccerilli.
I nomi sono inventati ma la storia è verosimile.
Come si deve fare allora? Ognuno deve starsene a casa propria? No.
Ognuno è cittadino del mondo, ognuno deve essere libero di spostarsi e di trovare il luogo dove realizzarsi nella vita, secondo me.
Certo, a riflettere vengono fuori un altro paio di dati di fatto a cui sicuramente la signora Antonietta, tra la spesa dal fruttaiuolo e quella del macellaio, non avrà riflettuto. Primo, quelli che vengono qui, non è che si fanno la traversata del Mediterraneo per sfizio: solitamente, non cercano il luogo dove realizzarsi, ma quello dove sopravvivere, perché tiene la casa bombardata mentre noi ci lamentiamo della puzza nei treni (la quale, solitamente, non è puzza ma la percepiamo come tale perché gli individui di ramo negroide hanno geneticamente un diverso odore della pelle, insolito per noi europoidi); invece, chi parte dall’Italia, è istruito, laureato, ambizioso, sognatore, il più delle volte semplicemente e giustamente scoglionato da questo paese che, come il treno dei desideri di Celentano, all’incontrario va.
La seconda cosa è che gli immigrati, in Italia, versano più tasse di quanto realmente ricevono in servizi. In un certo senso, sono loro che mantengono noi, e pagano la pensione alla signora Antonietta.
Ma tutto questo, ‘Ntunetta non lo sa.