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Nisida

Scritto da - Redazione il :


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6493445387_3fc3d75fbc_b[1]Fa freddo. Come faceva freddo ieri. Ma il sabato fa più freddo… perchè il venerdì c’è quel calore da attrito che si è generato in tutta la settimana, e quindi le pareti di questa casa sembrano le sbarre di un carcere, e tutto quello che vuoi fare è prendere aria, anche se gelata. E così ci ho provato un’altra volta. Ti ho mandato un Whatsapp sperando che mi venisse bene per la seconda volta. Così e’ stato.

“Ci vediamo alle dieci ?” – “Vada”. Che modo strano di dire “si”.

E come ti fanno cambiare , le donne. Come riesci a diventare un attore perfetto, ad inventarti situazioni mai vissute, serate che non sono presenti nemmeno nella memoria. Diventi, scrittore e poi regista di te stesso e la cosa bella e che non ti viene nemmeno un senso di colpa, a te, che hai quasi timore a salutare la vicina di casa perchè ti pare indelicato. Ti fanno proprio cambiare; così basta passare la soglia della porta ed avere un altro nome, un’altra storia, un altro lavoro. Quello che resta uguale sei solo tu, quella faccia, quelle spalle piccole e la pancetta, e quell’insicurezza che vedi allo specchio nell’ascensore. L’attore è lo stesso, il film cambia.

“Chi te lo ha fatto fare ?” dicesti con sarcasmo la settimana scorsa. Sarebbe bello e falso dire ‘l’amore’. In questa cosa l’amore non c’entra niente. E’ necessità di accettazione, è dimostrarsi di essere ancora un buon attore, magari un bell’attore, di avere ancora qualcosa da dire, poco importa se vero o falso, anzi, ad ogni bugia che ti racconto mi sento sempre più bravo, come fossi la mente del Truman Show, e tu la protagonista, con la paura che da un momento all’altro i ruoli possano invertirsi. Sto in macchina e me lo chiedo anche io, chi me lo sta facendo fare, un’altra volta 50 km di asfalto per venire da te ? E oggi, dopo una settimana, senza nemmeno un briciolo di paura, senza sognarsi nemmeno lontanamente di inventare l’ennesima bugia, e tornare indietro raccontando di aver bucato, e lasciarti sotto casa al freddo cercando una serata più semplice. Stavolta no, stavolta il film è già cominciato, e chiedo la cortesia all’angioletto della mia coscienza di non disturbarmi, almeno fino all’intervallo.

I tuoi capelli profumavano ancora di più e le tue mani erano ancora più belle, i tuoi occhi più profondi, e mi chiedo quale strega ti ha tirato fuori dal pentolone stasera, senza sapere che la strega sei proprio tu, e stai tirando fuori me, dal mio corpo, regista di me stesso. La musica ? Si, certo, il linguaggio universale. La birra ? Anche. Ma tutto quello che c’è stato prima perde il senso del suo essere. Quello che conta è il dopo. Quello che conta è che la doppio malto ti tira dalle viscere il coraggio di fare cose assurde. Com’era quella frase ? “Ho visto cose che voi sobri non potete nemmeno immaginare”. Forse non era proprio così, ma stasera, nel mio mondo egocentrico, può passare. Vada.

Quindi, quello che conta è sempre il “dopo”. E’ quello che succede dal momento in cui sto per riaccompagnarti a casa, fin quando la strada di casa si allontana alle nostre spalle. “Hai mai visto Nisida ? E’bellissima”. E tu mi hai detto “Andiamo, perchè dove c’è il mare io sto bene”. Ed io ho una voglia di stare bene con te che nemmeno immagini.

In realtà, nemmeno io ci sono mai stato a Nisida. Non così, all’una di notte, deserta, con il mare che sbatte e il freddo di Novembre che ti fa tremare le gambe, oppure non è il freddo, chissà. Ma ieri notte era come se avessi sempre vissuto qui, tra il pontile e l’isolotto, come un gabbiano, aspettando solo il momento giusto per venirci con te. “Adesso mi abbracci anche ?”. Non lo sai che nel mio film a 30 minuti dalla fine va proprio così… e non lo sai che in realtà, nella mia mente, sono settimane che ti sto abbracciando. Non lo hai sentito il calore del mio abbraccio ?

Ecco, adesso ti stringo più forte, perchè oltre al calore vorrei farti sentire anche il cuore. Quello non mente. Con le parole posso raccontarmi e convincermi che non mi sto innamorando, no, ma il cuore fa quel cacchio che gli pare. Il tuo, dici, che non ha mai battuto, in realtà. Che è sempre stato di pietra, strega maledetta che non sei altro, anche quando nella tua vita, anche tu, hai recitato per anni e anni fingendo di amare. “In realtà il cuore non batteva, era di pietra”. Ci vorrebbe qualcuno a riscaldare questa pietra fredda, come il pontile di Nisida, pensavo. E in quel momento non ho trovato altro modo se non con un bacio.

Di solito, nei film funziona così.

Ma vedi che succede a vivere troppo tempo nella realtà ? Ti dimentichi di sapere che i film sono fatti apposta per guardarli e farti piangere. Ti sembra tutto così naturale, la luna piena, le stelle, il freddo, noi abbracciati mano nella mano e, per lanciare i titoli di coda, un bacio. Ma non è così. E la pellicola sta bruciando, come nel Nuovo Cinema Paradiso, tanto che il freddo non lo sento più e resta solo la paura di stare lì a fare una cazzata, che era meglio mangiare un panino e tornare a casa, ma non c’è più modo di tornare indietro. Ci sei solo tu che fuggi dalle mie labbra, il mare e Nisida che fa la spia. Fuggi e resti qui, ti sento nelle mie braccia, affondo nei tuoi capelli. Restiamo stretti, mano nella mano, abbracciati. “Sei dolcissimo”,  come se servisse a qualcosa. Dolcissimo mentre mi sciolgo su questo porto, tra le tue mani, come cioccolata a ferragosto, altro che novembre.

Ma tu non vai via. Non voglio, e forse nemmeno tu. Non lo so quanto tempo siamo rimasti abbracciati. Il regista deve aver messo in pausa la pellicola, so soltanto che se all’improvviso fosse spuntata l’alba per me saremmo rimasti abbraccati sempre troppo poco. “Non voglio tornare a casa”, dicevo, e tu ridevi. C’è stato tutto, quello che doveva esserci, tranne il bacio. Perchè il bacio a Nisida è il punto di non ritorno, puoi fare di tutto con una donna ma se non c’è il bacio non c’è nulla. Se c’è il bacio invece so’cazzi, quando ti risveglierai domattina senza sapere se stai vivendo ancora il film, o la realtà, senza avere il coraggio di decidere in quale film preferisci recitare, per il resto dei tuoi giorni, senza avere la lucidità di scegliere quale diavolo di strada prendere.

Invece così, non conosco – ancora – il sapore delle tue labbra, e mi risveglio preso dal freddo cercando di ricordare le parole e le scene che quella maledetta doppio malto stanno cancellando dalla mia mente; le vedo sfocate, come quando il vento e le streghe di Nisida ti fanno lacrimare gli occhi, come quando fai quei sogni così reali che al mattino ti dispiace svegliarti. Ma di questo sono certo, non sei stata un sogno. I sogni non profumano. Io, invece, l’odore dei tuoi capelli lo sento ancora dentro ogni volta che respiro.