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Quando ero Rom

Scritto da - Marco Manna il :


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MILANO - 03/09/2010 - MARIO BORGHEZIO IN VISITA AL CAMPO NOMADI DI VIA TRIBONIANO - FOTO MARCO LUSSOSO/NEWPRESSNell’anno della disgrazia del 1980 divenni Terremotato. I miei ricordi riguardo quella giornata sono offuscati: avevo appena 4 anni, ricordo il fuggi fuggi, le nottate a dormire in auto. Le serate successive fummo sistemati insieme ad altre persone sotto delle tende. Grazie a questa nuova condizione di vita, lo stato riuscì a creare un altra categoria sociale: Il terremotato. Il primo soccorso fu sostituito con i piani di emergenza, il nostro durò 15 anni, giusto il periodo che passa dall’infanzia all’adolescenza. Venimmo alloggiati in una ex colonia scolastica, tutto lo stabilimento fu sistemato per creare alloggi provvisori, che con il passare del tempo diventarono delle vere e proprie case. I refettori , come le aule, gli uffici, le palestre e addirittura i locali docce, vennero adibiti a veri e propri appartamenti. Questi “Ammodernamenti” vennero allestiti dagli stessi abitanti della struttura, visto che le istituzioni ci avevano abbandonato al nostro destino, con la promessa che prima o poi si sarebbero presi provvedimenti. Negli anni, il posto ch’era stato concesso a poche famiglie di terremotati venne colonizzato anche da chi, non avendo una dimora, non sapeva dove andare.

Quel luogo con il tempo si trasformò in una bomba sociale, succedeva di tutto, chi viveva nelle vicinanza ha dovuto subire anni di terrore, da quel luogo partivano spedizioni atte a creare paura e scompiglio: I vicini subivano furti e rapine. All’interno non avevamo il problema di essere derubati da qualcuno, però dovevamo convivere con la piazza di spaccio. Nonostante tutto, la stragrande maggioranza degli abitanti erano persone perbene che cercavano di sbarcare il lunario facendo mille mestieri. Dall’esterno eravamo visti tutti come dei reietti, la nostra colpa era quella di non avere la possibilità di pagare un pigione per scappare, responsabili di essere nati senza una casa di proprietà. Crescendo ho dovuto imparare cosa significa essere discriminato, il mio status di Terremotato mi portava ad essere inquadrato come anello debole della società, quando si usciva dal quartiere per frequentare il mondo che ci circondava ero costantemente obbligato a imporre la mia voglia di essere visto come una persona normale. Non eravamo ricchi, però avevamo una nostra dignità, è vero indossavo gli abiti dei miei fratelli, non possedevo bici o altri giochi in voga per quei tempi, ma non mi sentivo diverso, la critica che ci veniva fatta era quella che subivamo le angherie senza denunciare, ma cosa potevamo fare, lo stato ci aveva abbandonato , denunciare sarebbe significato dover scappare da quei luoghi, ma senza possibilità dove saremmo potuti andare, la convivenza era l’unica soluzione. Noi campavamo arrangiandoci, ma sempre nel rispetto delle leggi e delle regole civili. Tutto questo all’esterno non era capito, a scuola venivo schernito, quando giocavamo all’esterno venivamo derisi, tutto questo con il tempo mi ha portato a diventare prepotente, cominciai a pensare se non mi posso imporre con le argomentazioni, sarebbe stato più semplice impormi con le mani. Durante l’adolescenza riuscii a capire che quel metodo era sbagliato, incominciai a frequentare il mondo antagonista, e da questo punto di vista riusci a trovare una mia strada. A distanza di anni ricordo quei giorni con gioia, eravamo poveri e discriminati, ma tra di noi c’era una solidarietà che non ho più rivisto. Questi ricordi mi obbligano a fare dei paragoni con un’altra etnia diversa da quella del Terremotato: I Rom. Per lavoro e poi per amicizia, ho conosciuto molti Rom, e tra loro come tra di noi c’è chi vive nell’illegalità, c’è chi si arrabatta quotidianamente per campare, anche loro sono vittime di una minoranza che per emergere fa le peggio cose. Le critiche che gli vengono mosse sono le stesse che muovevano a noi, cose del tipo: Perché avete il macchinone, perché non mandate i figli a scuola, perché comprate oro. Le risposte sono banali, ma dovute: non tutti comprano le macchine, non tutti non mandano i figli a scuola, la stessa cosa vale per i Rom. Anche in quella minoranza c’è chi fa queste cose perché vive in un ambiente senza valori, dove quello che conta e l’apparire, dove si sceglie la mala strada come unica scelta possibile, e dove si deve riuscire a mantenere lo status di delinquente, dimostrando di essere il più forte del branco. Molti si chiedono come superare queste problematiche, il primo passo sarebbe l’intervento dello stato, per ripristinare il rispetto delle regole, questo non è facile, perché allo stesso tempo le istituzioni dovrebbero assolvere ai propri doveri. Fino a che non ci sarà integrazione difficilmente si riuscirà a trovare una soluzione. Il nostro status di terremotato terminò nel 1995, quando lo stato decise di mettere fine a quella situazione di degrado, venimmo sgomberati: Ad una parte venne assegnata una casa popolare, ad altri fu data una buona uscita. Questa situazione non risolse i problemi di povertà dei singoli, ma almeno servì a disfare un luogo dove una piaga sociale accomunava più persone, facendoli passare da terremotati a cittadini. Se ti dimentichi di persone accomunate da un destino di emarginazione sociale e le lasci vivere in un mondo tutto loro, queste si auto regolamenteranno da soli, inglobando anche chi cerca con tutti i mezzi di uscire da quella situazione di degrado. Questa è la storia di quando anche io ero Rom.