0%

Questa città merita uno stadio

Scritto da - Marco Manna il :


Adv

stadioDa bambino il mio nemico numero uno era mast’u’ Pepp e più avanti vi spiegherò perchè.
Quando ancora non esistevano i Tablet e i corsi post scolastici tipo calcetto, corso d’inglese, nuoto o danza, la nostra unica distr
azione era la partitella di pallone. In questo noi eravamo degli estremisti, nei periodi estivi cominciavamo a giocare la mattina per finire la sera fino a quando nell’aria cominciava ad aleggiare il tuo nome, che non era frutto di interconnessioni celesti, ma la semplice voce di tua madre che ti richiamava all’ovile. Quest’ultima frase non è dovuta ad una visione romantica, piuttosto al fatto che la sera, tornati a casa, la prima cosa che ci veniva detta da nostra madre era: “Te si fatto niro niro, puzzi comme a na capra”.
Fortunatamente, nel posto dove vivevo, avevamo un campetto per giocare a calcio, il problema erano:
1. la stagione invernale, perchè una volta finiti i compiti avevamo pochissimo tempo a disposizione prima che si facesse buio;

 

2. La pioggia che su una campo di terra non era proprio il massimo.
A questo punto scattava il piano b.
Nel quartiere oltre al campetto, c’era un enorme spazio coperto dove poter continuare il nostro campionato anche con situazioni climatiche avverse. L’unico problema era lui, il famigerato mast’u’ Pepp.
Quest’uomo di mezza età, grande lavoratore, si alzava quando ancora era notte per tornare a casa nel primo pomeriggio proprio nel momento in cui noi pensavamo di cominciare a giocare a pallone.
Eravamo coscienti del pericolo che correvamo, ma la voglia di giocare era tanta che dovevamo correre il rischio. Tra di noi ci dicevamo di non fare casino ma come sempre al primo rigore succedeva la disturbata e le nostre grida spezzavano la meritata “cuntrora” di Mast’u’Pepp.
Oggi quando vedo dei ragazzini giocare a calcio in una piazza, in un cortile, per strada, il mio cuore si riempie di gioia e mi ritornano in mente i vecchi ricordi.
Però ai nostri tempi era diverso, attenzione non mi riferisco ai bambini, quelli per fortuna sono sempre gli stessi che da millenni continuano a fare il loro mestiere, cioè i bambini, il mio insopportabile “ Ai miei Tempi” è riferito ai genitori.
Nel momento che compariva la figura di Mast’u’ Pepp noi eravamo coscienti che il gioco doveva finire, perché i nostri schiamazzi disturbavano la quiete pubblica e a farci paura non erano le forbici che avrebbero “schiattato” il nostro pallone, ma la promessa che ci veniva fatta : “Mò ce lo dico a è mamme voste”
Quella era la cosa più pericolosa perché di sicuro avremmo preso mazzate al momento sul posto, mazzate nel tragitto verso casa e la “cazziata” di Papà la sera.
La piazza principale della mia città, Piazza santa Croce, è oramai diventata il nuovo Maracanà dove bambini e tante volte anche gli adulti, giocano a pallone senza curarsi di mamme con i carrozzini, di anziani o di semplice persone che vogliono godersi un luogo pubblico.
Alla soglia dei 40 anni mi ero immaginato di aver ereditato le forbici di Mast’ù’Pepp e infatti una volta ho provato a dissuadere i pargoli schiamazzanti in piazza che per tutta risposta mi hanno risposto “Fatti i cazzi tuoi”. Quando sono passato al “Mò ce lo dico a tua madre”, dal genitore ho rischiato molto di più di una parolaccia.
In qualche occasione sono intervenuti i vigili, ma la situazione non è migliorata, anzi, in qualche occasioni ci mancava soltanto che gli uomini in divisa li mettessero a fare i pali della porta.
Con questo racconto non cerco di fare il moralista, piuttosto cerco di capire perché in noi adulti non c’è più quella propensione ad insegnare il rispetto per gli altri che a noi qualche volta ci veniva inculcato a forza di scappellotti.