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Partecipazione popolare…ma non troppo (Casoria)

Scritto da - Salvatore Arrichiello il :


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da cambiareora.it

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L’assemblea cittadina indetta dal collettivo di “Terra nostra occupata” – promossa su FB attraverso l’ hashtag ‪#‎decidelacittà‬ – è una agorà pubblica in cui “si invitano tutti i cittadini casoriani ad esprimersi sul futuro del nostro territorio”: in pratica si vuole stendere, consultando la cittadinanza, una carta programmatica (o un atto costitutivo?) da sottoporre all’attenzione della prossima amministrazione. O forse agli elettori, durante la prossima campagna per le amministrative… Programmato per sabato nove aprile, causa acquazzone primaverile, l’evento slitta alla successiva domenica: anche sotto “un cielo più ospitale” si registra però una scarsa partecipazione di pubblico.
Oltre ad alcuni rappresentanti del collettivo, sono presenti Pino Guerra dei CARC di Napoli, che porta in dote la sua esperienza con l’Asilo di Scampia, il “Direttore“ Vincenzo Russo ( ex Sinistra Critica), il sig. Aldo Vitagliano (ex SEL di Casoria), Rosa Davide portavoce di Casoria Possibile, Stefania Iannelli e il giornalista del Roma Luigi Esposito in rappresentanza del Comitato “Scegliamo il futuro della Snaidero” e pochi altri (neanche casoriani).
Il confronto con la cittadinanza è purtroppo derubricato ad amichevole adunanza, dove spesso la pretesa corale cede il passo ad una stanca vocazione autoreferenziale. Una sparuta rappresentanza cittadina che può solo rattristare chi come me, innamorato della politica, intesa nel suo senso più alto di incontro, confronto, partecipazione, deve riconoscere la dolorosa spaccatura esistente oggigiorno tra l’apatica cittadinanza comune e l’appassionata cittadinanza attiva; una dicotomia che pare insanabile.
Intendo precisare che la mia non vuole essere una pretestuosa polemica nei confronti degli attivisti del collettivo che, al netto di qualche pur fisiologica divergenza sulla reciproca visione politica del fare, hanno la mia più profonda ammirazione. Pochi come loro possono vantare un risultato concreto, sostanziale, tangibile, in una città che tra incapaci, profittatori, collusi, ma soprattutto ignavi, conta circa 80mila anime molli ed evanescenti (diciamo a corto di spirito… ).
Ma purtroppo le tante sedie vuote sono quel riscontro inequivocabile che spesso ho vissuto sulla mia pelle- quando ero tra gli organizzatori di eventi simili- e obbliga tutti noi ad una seria riflessione sulle nostre responsabilità e/o incapacità di creare un consenso reale, di riaccendere quel fuoco spento dell’impegno civile, per scaldare i troppi cuori letargici.
Perché non sempre vantare “il primato ideologico” , strillare le “ragione dei più deboli”, declinare paradigmi e categorie politiche riesce ad “entusiasmare” un interlocutore svogliato e distratto, quasi mai la rigida formula linguistica storicamente esausta e/o modulata su di una trita retorica snervante, riesce a coinvolgere un ascoltatore ormai insensibile (e talora refrattario) alla dialettica vintage di un soliloquio melanconico, un limite di comunicazione per molti versi ereditato dal 5S. Corro con la mente alla mia esperienza di picchettaggio sulla discarica di Taverna del Re, o più di recente all’ispezione dei parlamentari del movimento sulla Cantariello promossa dal nostro gruppo di amici grillini: ebbene, la presenza era ridotta a pochi interessati, spesso di parte (attivisti compiaciuti, comitati politicizzati, figure della politica locale in cerca di facile consenso). Anche il tema della salute pubblica non sembrava interessare, appassionare, non suscitava nelle persone quel senso di resipiscente responsabilità che fa di un uomo/donna cittadino della polis, ovvero persona degna di esercitare e rivendicare i propri diritti doveri. Anche in quei casi è mancato il sale della democrazia: la partecipazione.

Questa scarsa sensibilità, questa prospettiva miopie accomuna anche gruppi politicamente molto distanti (anche se poi a sentirli si riconoscono tutti nelle stesse intenzioni): sembra che non ci si voglia accorgere dell’indifferenza che circonda certe attività/iniziative, della necessita di riformulare un linguaggio nuovo e convincente che permetta di parlare alle persone con semplicità e, a dispetto di etichette, vessilli o brand post-ideologici,sappia realmente catturare l’attenzione, coinvolgere alla partecipazione. Una rivoluzione senza proseliti resta solo una pratica radical- chic ( o freak ) per modaioli annoiati.
Tornando all’esperienza di Terra nostra, piaccia o meno la loro concezione del mondo, il loro retaggio ideologico, romantico o anacronistico (a seconda di chi la interpreti), bisogna ammettere che questi uomini/donne provenienti un po’ da tutta l’area nord di Napoli, hanno realizzato qualcosa di straordinario alle nostre latitudini: restituire la terra, quel verde, che  un tempo ci è stato sottratto e per troppo tempo negato. che significa spazio, tempo, aria vitali per una cittadinanza svogliata e indolente. Se questo si tradurrà nella coerente pretesa di costituire un organo di controllo nei confronti della prossima amministrazione, per garantire una efficiente gestione del futuribile parco pubblico, o una buona carta da spendere, legittimamente, in campagna elettorale da una nuova lista civica che “non intende più delegare perché non si sente più rappresentata dalla politica locale” ancora non risulta essere chiaro.