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Ritagli d’autore 1 (San Giuseppe Vesuviano)

Scritto da - Ferdinando Catapano il :


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Io e il caro amico Angelo Di Prisco decidiamo di fare una passeggiata alle falde del Vesuvio, sul versante di Terzigno, all’interno delle pinete e sui plateau di lava e lapilli che si affacciano sul golfo di Napoli con panorami di indescrivibile bellezza. Oltre alla piacevole chiacchierata con Angelo, grande estimatore di bellezze naturali vesuviane, che fa da cicerone si spera per strada di raccogliere qualche fungo porcino o pioppino, o altri frutti stagionali.

Cominciamo ad incamminarci verso il “Cafurchio” una bellissima località dominante sul golfo che guarda verso Castellammare, Torre Annunziata e Rovigliano. Man mano ci lasciamo alle spalle i vigneti e qualche piccolo orto, la giornata è buona, cielo azzurro, sole tiepido, l’essenza della pineta, i colori della flora campestre e l’odore del lapillo vulcanico si fondono in un’atmosfera stupenda. Purtroppo, già per strada si avvista qualche cumulo di spazzatura, detriti edilizi, cartacce e buste di plastica, abbandonate da qualcuno che di sensibilità non ne ha molta. Finché giunti a destinazione, l’amara sorpresa, oltre al paesaggio mozzafiato che ripaga la fatica della passeggiata, troviamo anche qui quelli che io ho sempre chiamato i “ritagli d’autore”.

A questo punto tutti vi chiederete cosa sono i ritagli d’autore? Niente di speciale, in realtà non sono altro che ritagli di stoffa fatti da persone.

All’apparenza ispirano soffici e variegate sensazioni oltre alla terrificante considerazione: è mò chi e lev a cà ?

Questi sono i ritagli d’autore:

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Residui di stoffe tagliate dalle fabbriche di abbigliamento, presenti in questi territori, industrie spesso gestite da cittadini cinesi e indiani, venuti qui per scoprire l’America. Un tempo, quando non c’erano extracomunitari e manco si potesse immaginare la loro venuta, queste fabbriche erano interamente gestite dai residenti di questi territori i quali ne avevano fatto una grande ricchezza commerciale (anni 80/90), in quegli anni ricordo San Giuseppe Vesuviano riconosciuto come il paese con il più alto reddito d’Europa. Era così fiorente quest’attività che oltre alle numerose fabbriche e negozi, parte di questo lavoro veniva compiuto in case private, dalle casalinghe che per arrotondare il budget familiare, tagliavano e cucivano in nero nelle proprie abitazioni, le cosiddette lavorandi. Queste ultime si liberavano degli scarti nella spazzatura casalinga indifferenziata. Altre sì la gran parte di questi scarti,  prodotta dalle fabbriche, veniva prelevata dal servizio di Nettezza Urbana per finire sempre nelle vecchie discariche. Poi in tempi moderni con l’avvento della raccolta differenziata detti scarti sono stati classificati “Rifiuti Speciali” per cui lo smaltimento non poteva essere più quello di un tempo. Fu così che insieme ad altri rifiuti speciali, nacque l’esigenza dello smaltimento, ovvero la terra dei fuochi.

Ma non tutti i mali vengono per nuocere, per modo di dire e, dall’impossibilità di smaltire questi residui è nato un nuovo mestiere parallelo alle ditte di smaltimento:  l’amic ca se pigl à ròb. Ovvero una persona che ritira questo materiale chiuso in grossi sacchi di plastica neri in cambio di danaro per sversarlo ILLEGALMENTE in luoghi solitari come questo.

Abbiamo scoperto che esiste una tariffa a sacco, che oscilla dai 10 ai 20 Euro, forse dipende dai mezzi impiegati o dalle quantità. Ma chi è in realtà  “l’amic ca se pigl à ròb”?  Di solito è un povero disgraziato, senza mestiere e rimasto senza lavoro con famiglia anche numerosa da sfamare, una persona priva di un minimo di cultura che gli conferirebbe un po’ di coscienza.

Già…… un po’ di coscienza, per capire che per poche decine di euro non solo rischia una denuncia e il sequestro del mezzo, ma l’inconsapevolezza del danno ambientale che si sta arrecando. Qui siamo nel cuore del Parco Nazionale del Vesuvio, una zona estremamente vincolata, difesa dalla Guardia Forestale (un Ente che sta per essere dismesso e assorbito in altri Corpi del Ministero della Difesa) la quale con i pochi mezzi a disposizione non riesce a fronteggiare questi episodi, commessi durante la notte o in orari particolari.

Nei prossimi articoli “Ritagli d’autore 2-3 ecc.” vi mostrerò come questa pratica dell’abbandono oltre ad essere perpetrata da questi loschi individui, viene addirittura praticata da persone insospettabili,  vicino ai centri abitati, dove la cosa diventa ancora più drammatica. Infatti i ritagli permangono per lungo tempo in terreni privati o lungo le strade per poi essere bruciati, talvolta dagli stessi che li hanno depositati per far spazio ad altri sversamenti (Terra dei fuochi) sprigionando fumi altamente tossici e lasciando sostanze incenerite al suolo, peggiori della stoffa stessa.

In tutto questo c’è da chiedersi perché le amministrazioni locali per salvaguardare i territori, attraverso le isole ecologiche o con un apposito servizio di ritiro non raccolgono questi rifiuti per avviarli ad un sistema di smaltimento o riciclo ecologico?

Come funziona il riciclaggio dei tessuti? Gli scarti di tessuto nelle industrie di riciclaggio (grovigli di fibre, stracci, filamenti, ritagli, materiali di seta, cotone, fibre sintetiche, scarti di filatura e di tessitura) vengono trattati con apposite macchine sfilacciatrici, che li riportano in fibra. Le fibre riciclate vengono quindi lavorate assieme a quelle nuove, per la produzione di accessori, oltre che di capi d’abbigliamento. Ma non solo, se si riesce a separarli per colore le fibre sono totalmente riciclabili per formare nuovi filati per le stoffe. Quindi, perché se è così semplice lo smaltimento di tali rifiuti non viene attuato?

La risposta secondo me è di facile intuizione, essa sta nel fatto che una volta generati tali cumuli di rifiuti ed inceneriti, non possono essere smaltiti in modo ordinario come da contratto con la ditta appaltatrice pubblica, ma soltanto in maniera straordinaria con costi notevolmente superiori e fuori dalle tariffe contrattuali, facilmente deliberati come emergenze.

In buona sostanza questi rifiuti insieme ad altre categorie, sono oro per le ditte di raccolta che alla fine non si sa “neanche” come li smaltiscono e ironia della sorte sono povertà per le industrie di riciclo, costrette ad acquistare anche all’estero le materie per il loro ciclo produttivo.

Ah dimenticavo, alla fine i funghi non li abbiamo trovati, ma anche se li avessimo trovati non credo li avremo raccolti, dopo tutto il velluto fa allappàre la lingua al palato.