0%

Sgarrupo Vesuviano (Vademecum in caso d’eruzione) – Epilogo

Scritto da - Biagio Fioretti il :


Adv

12190890_1694808894085725_5177138654539555814_nEPILOGO – Potete vedere il Quinto giorno Cliccando Qui

Dalla collina prima di Leopardi, lungo l’autostrada la vista spaziava dal Vesuvio, giù giù fino alla linea di costa di Torre. Non era una collina, ma un alto morfologico creato dalla lava durante l’eruzione del 1651.
La pianura, piccola e ristretta tra il cono e il mare, era un unico trambusto. Tutti, nessuno escluso, avevano ben pensato di mettersi in auto e scappare e scappare prendendo l’autostrada. Ma sarebbe stato lo stesso se avessero preso la vecchia statale o la litoranea.
Era il tutto assieme che li imbottigliava. Li rendeva furenti e furiosi. Ci furono sparatorie per accaparrarsi diritti di precedenza inesistenti e risse per riempire taniche d’acqua ai pochi fontanini pubblici. Quando qualcuno capì che l’auto era l’unico modo per non salvarsi, abbandonò la sua dove stava, ostacolando così, perennemente strade e ponti, incroci e slarghi.
Mi sedetti sul guard-rail dell’autostrada e da lì, volsi lo sguardo al Vesuvio. Il tumore sul lato meridionale del cono, era divenuto prossimo al parto. Le scosse si erano placate e questo prometteva solo l’ultima spallata, prima dell’eruzione vera e propria.
– Oh Signore mio, fa che sia una cosa rapida e istantanea per tutti. Senza sofferenze e strazi. Fa, che quello che deve essere, sia. Fa che, da questa tragedia immane, si possa capire come convivere con un vulcano.
Pregavo e mi sentivo come se fossi un altro a vivere quell’attimo, l’istante che precede l’esplosione, attesa e temuta per tutta la vita.
Fu allora, mentre mi allacciavo una scarpa.
La terra si squassò come se volesse sprofondare e poi un istante dopo, s’innalzò buttando tutto all’aria. Caddi lungo il versante della scarpata autostradale, sottovento al fragore dell’esplosione. Tutto il lato del Vesuvio che guardava il mare, fu spazzato via e una nuvola ardente di cenere e lapilli e gas micidiali, si riversò verso Torre e Pompei.
Rovinò ogni cosa che incontrava, fagocitando auto e persone, alberi e palazzi. Lasciava come un sentiero ripulito da tutto, da tutta la vita che incontrava, da tutte le opere fallaci fatte dagli umani. Dietro di sé solo morte e distruzione, fin dove arrivò, spaziando nella valle, tra S. Maria La Bruna e Pompei, quasi a lambire pure Scafati. E arrivò fino al mare. Fino al crollo dei Silos nel porto di Torre.
Dallo squarcio sul fianco, il botto liberò la strada alla risalita. E in poco meno di qualche attimo, una colonna di fumo denso e nero, una colonna eruttiva impressionante si innalzò per chilometri in alto, fino a sovrastare tutto, fino ad oscurare il sole della piena mattinata.
Mi rialzai e guardai la vallata. Tutto quello che non aveva distrutto la nube ardente iniziale, fu incenerito istantaneamente dai base surge. Onde di calore circolari che dalla base dell’esplosione, s’erano propagate all’intorno. Onde mortali, provocate dall’esplosione stessa, come lo scoppio di un ordigno nucleare.
Caddi in ginocchio, coi capelli e i vestiti bruciati. Puzzavo di carne arsa e di paura senza rimedio.
Il Vesuvio stava imprecando. E io gli davo conto e ragione.