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The long and winding road

Scritto da - Pamela Sangiovanni il :


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sabbia“The long and winding road”. La cantavano I Beatles nel 1970, “la strada lunga e tortuosa”, come quella che alle volte fa la vita per portarci, a nostra insaputa, al nostro destino. Sarà tutto predestinato, sarà solo una serie di fortuite coincidenze… fatto sta che stasera depongo sarcasmo, cinismo, ironia e polemica per fare spazio ad una storia che supera l’inverosimile, e che forse molti di voi penseranno che sia frutto della fantasia galoppante di una donna innamorata.
Sappiate tuttavia che spesso la vita reale è il romanzo più sorprendente che si possa raccontare.

Devo confessare che quando Mario* ,vecchio amico d’infanzia, mi chiese l’amicizia su Facebook, non avrei immaginato a cosa mi avrebbe portato accettarla. A dire il vero avevo già avuto modo di rifiutare contatti di baccalà e provoloni pronti a farti il filo in chat per dare un senso a questa vita (che un senso non ce l’ha), e non mi sarei stupita se Mario si fosse prodigato in qualche maldestro complimento per iniziare a gigionare.
“ciao, come stai?”
“io bene. Tu?”
“bene. Hai più rivisto Laura*?”

Mi ero sbagliata.
Era parecchio che non sentivo né vedevo la mia amica. Eravamo state compagne di classe per un anno e poi ci eravamo frequentate per un po’, e durante uno dei pomeriggi passati insieme nel mio parco, conobbe Mario. Tra di loro nacque un amore molto più grande di quanto due adolescenti potessero essere capaci: non i soliti fidanzatini, ma due che li vedi e pensi : “quei due sono una forza della natura”. Due ragazzi innamorati, successivamente divisi dall’emigrazione e da più di 600 chilometri, dall’assenza del telefono in casa in un’epoca lontanissima da telefoni cellulari, sms, whatsapp, video chat e diavolerie de’ noartri.
“l’ho vista parecchi anni fa, ma ora non ho più notizie”

Qualche anno prima, portando la mia primogenita all’asilo, la incontrai nei corridoi della scuola e scoprii con piacere che le nostre figlie erano compagne di classe.
Ora, a distanza di tanto tempo, e conoscendo i minimi particolari di quanto vi sto raccontando, rabbrividisco al pensiero di quanto una fugace impressione che può dare una persona al primo impatto, possa essere attendibile.
L’avevo vista insieme al marito, e, conoscendola, mi meravigliai della sua scelta, ma come farebbe qualsiasi amica con una massiccia dose di buon senso, tacqui. Del resto potevo sbagliarmi, l’abito non fa il monaco. Sono cose troppo personali.
Poi cambiai scuola a mia figlia e non la rividi più.

“Ciao, Pamela, sono Laura. Non ci siamo più sentite, ho avuto delle vicissitudini che mi hanno portato a trascurare le amicizie. Mi farebbe molto piacere rivederci e raccontarci davanti ad un caffè”
Quando Laura mi inviò il Messaggio su Whatsapp, l’anno scorso, io non avevo neanche più il suo numero in rubrica (ah, le vecchie rubriche di carta, con i bordi stropicciati e le pagine scritte a penna, che non ti abbandonano quando cambi telefono!), e mi toccò guardare la foto per capire chi mi stesse scrivendo. Fu una sorpresa, ed al tempo stesso non diedi subito tanto peso alla cosa, che avrebbe potuto risolversi con la solita rimpatriata fine a sé stessa, terminata puntualmente con “però non perdiamoci di vista”, e dopo amici come prima, ovvero ognuno a casa sua e chi ti pensa più . Questa fu la mia aspettativa finchè non la rividi, sedute al tavolino di un bar, dove mi raccontò l’incubo dal quale era riuscita a scappare.
Se è vero che ognuno ha i suoi problemi degni di considerazione, che vanno rispettati anche se ci sono al mondo bambini che muoiono di fame e paesi in guerra, è anche vero che molti capricci e paturnie con i quali noi donne amiamo torturare i nostri consorti, sarebbero da punire con la visione di un concerto di Gigi d’Alessio e Anna Tatangelo, guest star Albano e Romina, al confronto col destino di molte altre.

Davanti a quel caffè venni a conoscenza di un’agghiacciante realtà che per molti di noi è confinata ad un trafiletto su un giornale o un piccolo spazio in qualche trasmissione di sciacallaggio mascherato da giornalismo, ma per alcune sfortunate è la realtà quotidiana, fatti che sembrano lontani e leggendari, finchè non viene coinvolto qualcuno a cui vuoi bene.
Una storia fatta di gelosia così ossessiva quanto immotivata, paranoie, violenze verbali e fisiche spesso finite al pronto soccorso, tre figli traumatizzati dalla violenza domestica, corse al pronto soccorso e denunce cadute nel vuoto perché non comprovate -“la tua parola contro la sua”- un uomo malato di possesso ed una donna troppo remissiva, custode di valori sacrosanti come il vincolo del matrimonio ed il legame familiare, che le impedivano di reagire, facendole preferire l’isolamento domestico a qualsiasi contatto umano che potesse generare altre violenze.
I brividi.
Brividi per il racconto, per la storia assurda, per l’incredulità di avere la mia amica sana e salva davanti a me a raccontarla, brividi per la tranquillità con la quale mi venivano raccontati certi episodi. Brividi per l’incredibile coincidenza, una enorme fortuna in una circostanza drammatica: l’ennesimo pedinamento, l’ennesima aggressione, la fuga e la provvidenziale presenza di carabinieri che colgono l’aggressore in flagranza. Fine di un incubo. Stop. Ora lui non può più avvicinare te né i tuoi figli. L’orco è stato messo al bando.
Fu senz’altro il caffè più stupefacente della mia vita.
È curioso come le persone possano cambiare negli anni, crescere, prendere strade diverse, ma l’amicizia sembra non temere gli effetti del tempo: per vent’anni ne perdi tracce, e quando ti ritrovi davanti ad un caffè sembra che il tempo non sia mai passato.

Quando Mario mi riscrisse tempo dopo, io e Laura avevamo ripreso a vederci.
“hai notizie di Laura?”
“oh, ma non te la scordi, eh?”
Il cuore buono e semplice trovò la risposta: “non l’ho mai scordata”
Cominciai a rendermi conto di avere qualcosa di bollente per le mani .
(guai a chi fraintende)
La trepidazione e l’insistenza con la quale mi chiedeva di lei era inebriante: possibile che sia vero?
possibile che dopo vent’anni non l’abbia mai scordata? Possibile che ci siano uomini così innamorati da amare tanto una donna , anche il solo ricordo di lei?
La cosa un po’ mi eccitava: avevo la possibilità di accostare due elementi chimici ed aspettare l’esplosione, con l’espressione stravagante di uno scienziato pazzo con la faccia bruciacchiata e i capelli elettrizzati.
Però.
Però…
Lei era reduce da vent’anni di piombo, in cui non le era stato concesso vivere, era una donna in rinascita, che si portava dietro qualche ammaccatura ma aveva l’irresistibile fascino da araba fenice che risorge dalle sue macerie (tutte le donne sono irresistibili quando cominciano ad amare sé stesse più di mariti-figli-genitori-gatti-pescirossi).
Lui era lontano, una moglie, un figlio, un mutuo da pagare, troppo entusiasmo per le notizie di lei, per poter pensare che si trattasse di semplice nostalgia. Sarebbe stato giusto essere partecipe di un probabile sconvolgimento familiare?
Quanto sarebbe stato opportuno incoraggiare un uomo sposato a ricontattare la sua vecchia, eterna fiamma?

E mentre mi pongo di queste domande, vengo a sapere che, oltre a non averla mai dimenticata, Mario vive un rapporto insoddisfacente con l’attuale moglie, con la quale non è felice: lui, un uomo meridionale, tutto lavoro, casa, famiglia e tradizione, con una moglie che lo trascura e non lo fa sentire amato.
Lui, capace di tanto amore, abbandonato a sé stesso e alla routine di una ipocrita convivenza fatta di apparenze salvate e di sentimenti mortificati.
Insomma, in fin dei conti c’era poco da perdere.
Voi che avreste fatto?
Avreste evitato di metterli in contatto, impedendo agli eventi di seguire il proprio corso?
Beh, io non l’ho fatto.
Ed ora, tra voi che mi leggete, probabilmente ci saranno due personcine che staranno leggendo con la vista appannata da qualche lacrimuccia (la stessa lacrimuccia che appanna la mia vista ora, io, cinica, sarcastica, distaccata, sporca atea che non sono altro, che mi commuovo al racconto di due che si amano) , che dopo aver avuto da me i reciproci recapiti, sono ricaduti rovinosamente in un vortice di sentimenti che li ha portati in sei mesi alla separazione di lui e, spero a breve (molto breve), alla convivenza, e vi confesso che provo un minimo di orgoglio (ma proprio poco così ) nel pensare che di tutto questo, il merito sia anche mio.
I miei due amici sono uno spettacolo.
Dopo vent’anni, un marito, una moglie, quattro figli in due, violenze, silenzi, non-amore, sofferenze, autostima sotto i tacchi, sembrano tornati indietro nel tempo e tubano come due adolescenti. Quelli che erano.
E non crediate che il tempo non sia passato: è proprio l’enorme fardello che hanno faticosamente trascinato fin qui, che consente loro di apprezzarsi e amarsi follemente con la consapevolezza che la persona che hanno accanto è la migliore che potesse capitare: probabilmente, solo se hai avuto un marito violento o una moglie viziata e anaffettiva, puoi capire quale ricchezza sia il cuore semplice di una persona che ama solo te, e non vuole altro che il tuo bene.

“All’s well that ends well”

*nomi di fantasia